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Le discipline olistiche si occupano di spiegare come un sistema è la totalità degli elementi che lo compongono e all’interno di esso non si può escludere nessuna componente perché solo l’insieme di essi permette alla macchina di funzionare.
La medicina olistica, quindi, vede l’uomo nella sua interezza e nella sua globalità. Non vede la malattia, vede il malato. Non cura il sintomo, cura la persona. E ogni persona è fatta di corpo, mente e spirito, ma prima di tutto di energia.
Quella allopatica, invece, è la medicina scientifica tipica della cultura occidentale, e si preoccupa di curare la malattia.
Entrambe queste definizioni, però, ci dicono ben poco sul significato, lo scopo e la metodologia di queste pratiche.

Soffermiamoci anzitutto sulla prima: cosa vuol dire considerare l’uomo nella sua globalità? Diverse discipline olistiche distinguono tre sfere nell’uomo che sono la sfera emotivo-psichica, la sfera organica e la sfera strutturale (uno dei promotori di questa idea è il fondatore della kinesiologia George J. Goodheart).
La sfera emotivo-psichica comprende tutte quelle situazioni di forte stress dettato da problematiche che coinvolgono la mente, come un lutto, un divorzio, problemi di lavoro ecc; e si sa che questo genere di problemi si riverbera poi sul piano fisiologico. In tutti i programmi di studio di psichiatria, per l’appunto, si parla di sintomi psicosomatici, dove qualsiasi noia della psiche (parliamo di insiemi delle funzioni cerebrali, emotive, affettive, relazionali) si riversa sul soma, il corpo, come una vera e propria malattia. I disturbi psichiatrici, infatti, sono in realtà vere e proprie patologie fisiche, visto che per risolverle è indispensabile ricorrere a psicofarmaci atti ad agire sulle componenti della chimica cerebrale, in cui, in quel dato momento, si può riscontrare qualche disfunzione.
La sfera organica coinvolge invece la condizione fisiologica del corpo, della quale è necessario osservare se è stabile e regolare rispetto alla salute della persona, verificando per esempio se il fegato e i reni filtrano correttamente il sangue e se il cuore provvede a farlo circolare normalmente.
La sfera strutturale, infine, riguarda la stabilità delle strutture ossea e muscolare, per le quali è necessario assicurarsi che la postura sia in asse, cioè in equilibrio con la minor quantità di compensazioni possibili.
In base a quanto si è detto, risulta evidente che la medicina olistica non si contrappone in alcun modo a quella allopatica; esse anzi, possono essere considerate sinergiche, visto che la prima guarda alla totalità delle componenti umane, mentre la seconda va nella profondità della patologia, analizzandola nei minimi particolari, come attraverso un microscopio. Per la salute del paziente è indispensabile che queste due scuole di pensiero dialoghino con lo scopo di mettersi d’accordo per una riuscita ottimale dei loro sforzi. Il fine ultimo delle discipline olistiche, perciò, è il benessere globale di ogni individuo, cioè emotivo-psichico, organico e strutturale, mentre per la medicina allopatica è la salute della persona.
Attenzione: questo non significa che se c’è salute si sta bene! Essa, anzi, può essere presente ma non farci sentire ugualmente soddisfatti della vita perché magari non possiamo più fare cose che prima ci rendevano il quotidiano vivere una bella esperienza. Esperienza che ci faceva apprezzare di più la vita ed era parte importante del benessere.
Perciò salute e benessere devono essere presenti entrambi.
La medicina olistica in sua difesa può vantare studi che risalgono a migliaia di anni, come la MTC (Medicina tradizionale cinese se vi interessa guardate le regole della natura per il benessere secondo essa) o l’Ayurveda, che risalgono a 5000 anni fa e si basano unicamente sullo stato di benessere della persona. Con questo non si vuole dire che non possono curare ma che si occupano di prevenire la patologia e di risalire alle cause che l’hanno generata in modo da dare degli strumenti alla persona per rimettere a posto la situazione, a dispetto della medicina allopatica che si preoccupa unicamente che il paziente non muoia e di sopprimere la patologia senza curarsi della piena realizzazione nelle attività quotidiane, condizione ugualmente utile visto che la vita è preziosa e va preservata il più a lungo possibile. Però è anche vero che se si allunga la vita e non si può più vivere come prima: diventa inutile, pertanto, avere anni bonus se poi non si può vivere bene!
Nella cultura occidentale sono sorte discipline olistiche come l’osteopatia e la kinesiologia che sono piuttosto recenti; la prima ha un secolo, o forse un secolo e mezzo circa di storia, la seconda mezzo secolo. Ma è sempre più evidente che funzionano, e anche la comunità scientifica e accademica le sta riconoscendo, inserendole nei percorsi di studio universitari o di educazione continua medica, per ottenere i famosi crediti ECM (Educazione continua in medicina) che gli operatori sanitari dovrebbero continuare ad acquisire. Anche le istituzioni le stanno pian piano riconoscendo a livello legislativo.

La medicina ippocratica – che nella Grecia del quinto secolo a.C. si avviò a diventare una scienza, basando le proprie norme sull’osservazione dei fenomeni, e aveva dei punti in comune con la medicina orientale – si occupava di ristabilire l’equilibrio (termine caro alla MTC o all’Ayurveda) attraverso una corretta dieta e norme igieniche capaci di ristabilire uno stato di benessere che permetteva poi la guarigione della malattia. Come la filosofia stessa, mezzo che assicurava il supporto psicologico. I greci osservavano gli escreti del corpo quali feci, bile e catarro per diagnosticare le malattie e avevano verificato che nella maggior parte dei casi le malattie erano originate da fenomeni climatici e naturali (anche nell’antica Cina si considerava di grande importanza i venti originati dagli otto punti cardinali, come l’inizio della malattia mentre in Ayurveda c’è una grande attenzione per gli escreti del corpo).
Prima che venissero dissezionati i primi corpi si dovette aspettare Leonardo da Vinci che lo faceva illegalmente tra il 1480 e il 1513 che può essere considerato il padre dall’anatomia, mentre la medicina allopatica ha circa due secoli di storia alle spalle e in realtà agli albori faceva più morti che guarigioni, perché non si seguivano norme igieniche base come quella di lavarsi le mani, infatti il Dottor Ignaz Philipp Semmelweis ostetrico ungherese di metà 800 capì empiricamente che le mani dovevano essere lavate prima di lavorare sulle partorienti e il ragionamento funzionava, infatti le morti scesero vertiginosamente ma nonostante ciò i colleghi lo videro come un affronto e perseguitarono il medico facendogli perdere la cattedra di professore e scomunicandolo dalla categoria e venne rinchiuso in manicomio dove subì ogni tipo di angheria.
Oggi questi episodi non succedono più ma la cecità dei professionisti di fronte ai risultati di altri tipi di medicine è la stessa e paradossalmente i paesi del terzo mondo sono più aperti di noi, visto che spesso nei loro paesi ci sono più medicine ufficiali, sarà perché la loro tradizione medica ha così tanta esperienza e risultati evidenti che non può essere spazzata via dalla nostra occidentale che comunque ha dimostrato in brevissimo tempo di sopprimere la patologia in tempi brevissimi e ripristinare così la salute ma non il benessere della persona.
Perciò un tipo di medicina non esclude l’altra, anzi c’è sinergia tra i due mondi se c’è comunicazione tra i professionisti dei rispettivi settori.